FOCUS. Il divario di genere tra lavoro e pensioni

divario di genere

Uno speciale Fnp mette in relazione i dati sull’occupazione e sulla previdenza

Il divario di genere pesa tuttora sui percorsi professionali delle donne e sulle loro pensioni. I dati più recenti, (Istat – Inps) analizzati in uno speciale di Fnp Cisl nazionale, sono stati confermati dal 25esimo rapporto annuale Inps diffuso nell’estate 2026: le donne in età attiva guadagnano in media meno dei colleghi uomini, subiscono più spesso part-time involontario e hanno percorsi professionali discontinui.

Le donne pagano il tempo dedicato, da caregiver, nella cura dei figli prima e dei genitori anziani poi, ma non è tutto. Si potrebbe pensare che il tempo dato alla famiglia vada a vantaggio della natalità. La maternità, invece, resta ostacolata da servizi insufficienti e dalle difficoltà delle donne nel rientrare nel mercato del lavoro. Il risultato è un circolo vizioso che produce, tra l’altro, un rapporto tra persone in età da lavoro e pensionati sempre meno equilibrato.

Divario di genere: alcuni numeri

Nel 2025 Istat registrava più di 24 milioni di occupati. Il tasso di occupazione degli uomini era al 70,4% e quello delle donne al 52,5%. In generale, negli uomini si registrano redditi medi giornalieri superiori a quelli femminili, con uno scarto tra il 20 e il 40% (Rendiconto di genere Inps 2025).
Sugli stipendi delle donne pesano le minori ore di lavoro. Le lavoratrici part time superano i lavoratori di 2milioni di unità e i contratti a tempo parziale sono meno vantaggiosi economicamente. Una madre su 5 lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio e non sempre riesce a trovare un’occupazione in seguito.

Si arriva così a importi medi delle pensioni più bassi per le donne. Fra i titolari di pensione di anzianità/anticipata nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti, la differenza è almeno del 22% e del 46% per le pensioni di vecchiaia. La sola dinamica di compensazione sta nelle pensioni ai superstiti, per le quali le donne percepiscono importi medi superiori almeno del 50% rispetto agli uomini.

Servono soluzioni, ma strutturali

In un contesto così intricato, soluzioni tampone o correttivi in taluni ambiti previdenziali non bastano e, alla lunga, risultano controproducenti. La strada è piuttosto andare all’origine del problema e introdurre modifiche strutturali, per esempio nell’incentivare l’occupazione femminile – un vantaggio per tutti – e nell’assicurare più efficaci servizi di sostegno per le famiglie, per l’infanzia e per la non autosufficienza.

Sono diversi gli studi che evidenziano una correlazione tra la presenza dei servizi per la prima infanzia e la partecipazione femminile al mondo del lavoro. Secondo altri studi, per incoraggiare la natalità non serve “lasciare le donne a casa” ma il contrario: se i servizi ci sono, più le donne lavorano, più sono propense ad avere figli.

Foto di Thisisengineering via Unsplash

Per approfondire:

https://pensionati.cisl.it/speciali-fnp/sguardi-di-genere-famiglia-lavoro-e-previdenza-lersquoimpatto-di-genere-nel-nostro-paese/

Donne, natalità e conciliazione vita-lavoro: c’è ancora molto da fare