All’Istituto Professionale “CIOFS-FP” di Milano si è concluso l’evento “Fimmine Ribelli: le donne che si sono ribellate all’’ndrangheta e alla mafia”, un progetto che ho ideato alcuni anni fa, per celebrare la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, dopo aver letto il libro di Lirio Abbate
Un percorso che ha trasformato le classi in laboratori di memoria civile, restituendo ai ragazzi storie di coraggio femminile e un’occasione concreta per interrogarsi sul presente.
Per settimane, la scuola ha assunto un ritmo diverso: corridoi che risuonavano di prove, passi di danza e letture ad alta voce.
Un movimento costante che non aveva nulla di scolastico nel senso stretto, ma molto di educativo, nel senso più profondo.
Il progetto è partito dallo studio delle “Fimmine ribelli”, donne che hanno spezzato le logiche mafiose pagando scelte di libertà spesso con l’isolamento, la paura e talvolta la vita. Ho visto gli studenti affrontare quei testi con un’attenzione rara: non un esercizio, ma un avvicinamento graduale a storie più grandi di loro.
Niente effetti scenici. Nessun artificio teatrale.
Solo voci, corpi e silenzi. E una maturazione visibile giorno dopo giorno.
Fimmine Ribelli alla scuola CIOFS di Milano
Fra tutte le testimonianze affrontate, quella di Lea Garofalo è stata la più incisiva. Non si sono limitati a raccontarla: i ragazzi hanno voluto seguirne le tracce. Sono usciti da scuola per una gita di ricerca sul territorio, una sorta di mappa della memoria contemporanea:
– al Cimitero Monumentale, davanti al punto che ricorda Lea, il silenzio è calato spontaneo;
– in piazza Prealpi, luogo dell’uccisione, gli studenti hanno osservato il quartiere come si osserva una ferita ancora visibile.
Per loro la memoria è diventata concreta: non un “reading”, ma un luogo.
L’esperienza ha offerto l’occasione per sfatare un luogo comune tenace: l’idea che gli istituti professionali siano scuole “di serie B”.
Viverle da dentro racconta tutt’altro. Ho trovato insegnanti preparati, presenti, capaci di accompagnare gli studenti con rigore e sensibilità.
Una dirigenza attenta, pronta a sostenere progetti che parlano al presente. Ragazzi motivati, disponibili, pronti a mettersi in gioco quando percepiscono fiducia. È una scuola concreta, formativa, civile. Una scuola che educa non solo al lavoro, ma alla cittadinanza.
L’evento in via Timavo del 27 novembre
L’evento conclusivo ha raccolto il lavoro svolto nelle settimane precedenti. In scena, gli studenti hanno restituito le storie con una precisione sorprendente: monologhi essenziali, danza utilizzata come linguaggio, musica come respiro condiviso. Il pubblico ha seguito in un silenzio intenso, percependo la responsabilità e l’impegno con cui i ragazzi hanno restituito la voce alle donne di quelle storie.
Alla conclusione dell’evento, ho osservato nei ragazzi non solo orgoglio, ma consapevolezza. La sensazione che non avessero semplicemente “partecipato a una rappresentazione teatrale”, ma attraversato una pagina di storia civile.
“Fimmine Ribelli” ha lasciato dentro di me – una certezza semplice e necessaria: la cultura, quando entra nelle scuole, non è un evento. È un seme.
E i semi, quando trovano terreno fertile, non fanno rumore: germogliano!
di Patrizia Egle Messina, coordinatrice Politiche di Genere, Fnp Cisl Mm città di Milano
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