Uno studio dell’Oms evidenzia una lacuna, di metodo, presente in molte indagini
La violenza sulle donne con disabilità appare pochissimo negli studi di settore. Lo sottolinea un documento a cura di Organizzazione mondiale della sanità, che ha attivato un programma congiunto con Un Women, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’empowerment femminile. Quando ci sono, i dati su abusi e maltrattamenti che hanno come destinatarie donne, di qualsiasi età, con disabilità motorie o psicofisiche, non costituiscono un campione rappresentativo. In altri casi, il dato che permetterebbe di capire se la violenza di genere è a carico di vittime con disabilità non viene disaggregato. Inoltre, gli studi tendono ad escludere dal campione le ospiti in strutture residenziali – come potrebbe essere, ad esempio, una Rsa – o non sono precisi nel descrivere le tipologie di disabilità.
Un problema di metodo
Chi studia il fenomeno della violenza di genere osserva che i casi delle donne con disabilità sono, invece, da considerare con maggiore attenzione. La rivista Secondo Welfare cita, sul territorio italiano, una ricerca della Rete nazionale antiviolenza D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). Il campione di questo studio non è altissimo, conta 348 donne con disabilità, ma una notizia emerge: nel 91,5% dei casi, l’autore degli abusi era un familiare o un parente.
Secondo Welfare non fa riferimento all’età delle vittime, ma se la violenza di genere su vittime con disabilità non viene messa sotto la lente, ancora meno significative possono essere le rilevazioni dei maltrattamenti verso le donne anziane.
Come sottolinea Oms, il fatto che le donne con disabilità non vengano considerate nelle ricerche rende più difficile includerle negli interventi di contrasto alla violenza di genere.
Foto di Hugo Jones via Unsplash
Per approfondire:
L’invisibilità delle donne con disabilità nella ricerca sulla violenza di genere
